giovedì 25 febbraio 2010

GOOGLE - VIVIDOWN: UNA SENTENZA SBAGLIATA E POTENZIALMENTE PERICOLOSA

Quel video in cui tre deficienti scherniscono un compagno di classe autistico e hanno pure l'idea di filmarsi e pubblicare il tutto su internet è evidentemente raccapricciante. Il fatto non sarebbe dovuto accadere (e spero che la scuola e le famiglie abbiano punito esemplarmente i giovani bulli), né si sarebbe dovuto offrire agli autori del video il palcoscenico del web che li ha resi, comunque, popolari.

Ma siccome il fatto è disgraziatamente avvenuto, e quel povero ragazzino è stato ridicolizzato di fronte agli occhi di mezz'Italia, è giusto che, in uno Stato di diritto, ciascuno risponda delle proprie responsabilità: gli autori del video, i loro insegnanti, le loro famiglie, chi avrebbe dovuto vigilare sui loro comportamenti quando hanno deciso di occupare il proprio tempo deridendo un coetaneo meno fortunato e poi quando hanno pensato bene di trasmettere in video, urbi et orbi, le proprie gesta.

Che senso ha, mi domando, chiamare Google, ed alcuni suoi dipendenti, a rispondere dell'idiozia di quei tre giovani? Anche tralasciando gli aspetti più strettamente giuridici, non riesco a trovare una ragione plausibile. Infatti, credo che nella vicenda non sia difficile identificare alcuni soggetti che di fronte alla legge non sono colpevoli per l'accaduto, ma che in realtà hanno pesanti responsabilità morali, sociali ed educative delle quali non dovranno rispondere se non di fronte alla propria coscienza.

Tra questi, ovviamente, non c'è Google. Che, tornando a ragionare su un piano giuridico, non ha ragione di vedersi attribuire colpe, avendo adempiuto celermente alla rimozione del contenuto incriminato su richiesta della Polizia.

Google, infatti, è semplicemente un intermediario, ed è un principio acquisito a livello comunitario e (fino a ieri) italiano quello per cui gli intermediari non sono responsabili dei contenuti illeciti che sono per diffusi per mezzo delle loro infrastrutture, salvo che li abbiano volutamente modificati o che, appresa la loro illiceità, non abbiano prontamente provveduto a rimuoverli.

La normativa di riferimento è assai ampia: tra gli altri atti, è forse opportuno citare la Convenzione sul cybercrime del 2001 (entrata in vigore nel 2007) e diverse direttive europee, tra cui in particolare la Direttiva 31/2000/CE, attuata in Italia dal d.lgs. n. 70/2003. Anche a livello giurisprudenziale abbiamo diverse sentenze che hanno applicato il già richiamato principio di irresponsabilità degli intermediari.

Per questo, la sentenza Google - Vividown è sorprendente e, mi permetto di dirlo, sbagliata.

Volendo immaginare i suoi potenziali effetti, non è difficile giungere a prevedere situazioni pericolose per lo sviluppo della rete: se un intermediario è responsabile di ciò che i suoi utenti pubblicano in rete, come può continuare ad esercitare la propria attività in Italia, rischiando di finire tutti i giorni in Tribunale? In una situazione di questo tipo, avrebbero forse torto Google, YouTube, Facebook e via dicendo ad abbandonare il mercato del nostro Paese? Credo di no.

Ma credo anche che una sentenza come quella relativa al caso Google - Vividown debba restare (e resterà) un unicum nel panorama giurisprudenziale italiano, che negli ultimi tempi sembrava quasi avere raggiunto maturità e competenza quantomeno sufficienti per evitare figuracce.